Orfeo al mercato di Phu Quoc

Il massaggio comincia quando infilo la testa nel buco alla fine del lettino, e inizio a sparire. Le mani del massaggiatore, un ragazzo dai palmi incredibilmente lisci (al questionario della spa ho risposto “no preference” alla domanda su maschio o femmina, credo per una forma di pudore, o qualcosa di più imbarazzante, non so), si muovono in modo neutro, contribuendo alla sensazione di totale dispersione del concetto di realtà che mi perseguita fino dal raduno del gruppo di giornalisti in partenza per il press trip in Vietnam all’aeroporto della Malpensa. Qui, con la faccia prigioniera di una sorta di camera di tortura orwelliana - in versione soft, certo - e con l’ubriacatura da jetlag in pieno, la scomparsa della realtà si compie fino in fondo (tema ricorrente, lo so, ne scrivo sempre, ma ogni volta è un po' diverso), con l’aggravante appendice di un addormentamento strisciante che mi accompagna, sovrapponendo ulteriori interpretazioni fittizie alla già confusa esperienza che, in qualche modo, dovrebbe essere assodato che sta accadendo. Più o meno.

(La cosa più complessa, anche da raccontare, ha a che fare con una piacevolezza che la maschera sul volto mi impedisce di associare a un massaggiatore uomo… la sottile eccitazione che sento in qualche punto alla base del cranio, sfumata e presente, come un monito sostanzialmente incomprensibile. Nessuna conseguenza, nessuna manifestazione. Però qualcosa è successo).

Atterrare in Vietnam, sull’isola di Phu Quoc, a un tiro di schioppo dalla Cambogia, è il solito modo per abbeverarsi, direttamente dalla scaletta dell’aereo, all’aria liquida del tropico, qui particolarmente densa e pure corredata da bandiere, che fanno bella mostra di se stesse fuori dal nuovissimo aeroporto internazionale, con falce e martello che neanche il PCI. Il resto sono doganieri con il look anni Ottanta e sorrisi da social network, turisti in fondo abbastanza composti, un facilitatore delle procedure doganali educato e particolarmente cerimonioso (un po' untuoso, in effetti, come disse Kafka di un albergatore bresciano che gli ricordava D’Annunzio, e io, con Vittorio, ci sono stato davvero nel bar di Montichiari dove pare che i due scrittori si siano incontrati, anche se la barista dell’Est ci ha detto che proprio quella storia non l’aveva mai sentita e nessuna targa commemorativa, neppure piccola, ci è venuta in aiuto. Il cappuccino, sia detto en passant, era pure deludente). 
Poi fuori le strade, l’Asia (minor in questo caso per le dimensioni ridotte dell’isola, ma sempre di buona intensità, tra motorini, insegne gigantesche, animali, foreste, clacson, autobus, fango, telefonini, pescatori), quel mondo che il Colonialismo ha forgiato per poi venirne divorato senza pietà, da qualche parte non lontana da qui, tra Dien Bien Phu e Saigon, ma che ancora somiglia a se stesso, con le ville in cancrena assalite dalla vegetazione eppure sempre così altere, pur nella loro totale e assoluta sventura. Di cui le decine di migliaia di persone che ci vivono intorno non si curano assolutamente, perché adesso la vita è altrove.

Orfeo, la vita, andò a cercarsela tra i morti. La vita era Euridice (e per un attimo, piccolissimo lo giuro, ma per un attimo scrivendo questa mezza riga mi sono sentito un po’ Calasso, lo so non sarò mai perdonato dai Numi delle lettere per questo ardire, ma ne valeva la pena comunque), ma Euridice era morta e allora l’eroe musico scese negli inferi per riportarla a casa. Per le strade strette e non pulitissime del mercato diurno di Duong Dong, masticando aria umida mista a odori di ogni tipo, mi sono sentito un po' come Orfeo (il nome di mio nonno, un uomo complesso che probabilmente non ho mai conosciuto davvero, che talvolta mi portava con lui a vendere scarpe a Brescia o in Emilia, oppure di notte in certi club del biliardo all’italiana, sempre a bordo di una Ford Granada a metano… chissà cosa è stata la sua vita per lui). 
Era, il mercato, una continua esposizione di morte (c’era anche un cuore, asciutto, fibroso, su uno dei primi banchi di macellai), una sorta di gigantesco memento della caducità universale, ma fissato esattamente sul momento più indicibile, quello del trapasso. Perché la maggior parte degli animali in vendita nel mercato non erano ancora morti, lo sarebbero stato certamente da lì a poco, di molti pesci e crostacei ho vissuto direttamente l’agonia silenziosa, ma a guardarli complessivamente, tutti questi esseri non più viventi in senso stretto apparivano una congerie di non morti, un esercito altro (non è zombie la parola giusta, temo) pronto, come i morti veri con Orfeo o Dante (ricordare l’assalto dell’iracondo dannato Filippo Argenti alla barca di Virgilio e del poeta fiorentino è sempre un piacere per me, Canto VIII dell’Inferno) a saltare al collo a noi, come una massa gelatinosa e gigantesca che avrebbe urlato un mostruoso no al destino che li condanna da secoli a diventare manicaretti (chi più chi meno) sulle nostre tavole. Ecco, il mercato mi è apparso, mentre comunque camminavo in silenzio elargendo sorrisi e tentando di dimenticare gli odori che comparivano in frenetica e delirante successione, come una visione immonda (immonda era la fonte del nostro nutrirci, lo scrivo senza pensare che sono vegetariano, lo scrivo non per ideologia, ma per paura) dell’aldilà alla Hieronymus Bosch, però dipinta, che so, da un Philip Guston molto ubriaco. 
Ma anche io, in fondo pavido come Montale, me n’andrò zitto col mio segreto, tra i motorini che non si voltano.




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