Gli archi di New Delhi

Il cielo di New Delhi, la mattina presto. Una spalmata di burro sopra l’ipotesi razionalista della struttura dell’Hotel Pullman di Aerocity, la cittadella degli alberghi di lusso poco distante dall’aeroporto internazionale Indira Gandhi. Una densità, che però sembra anche una possibilità, per chi è finito nella capitale indiana per puro caso, dopo un guasto all’impianto dell’aria condizionata dell’aereo, che ha portato il comandante - al suo ultimo servizio! - a decidere di “dirottare” (lo ha detto lui parlando ai viaggiatori, pensavo non si potessero usare certe parole in volo, ma forse sono io solo un ragazzo degli anni Settanta che si porta dietro i suoi traumi come un inutile talismano) il nostro velivolo a Delhi, dopo qualche ora di sauna nei cieli tra la Thailandia e il Pakistan. E le possibilità si erano aperte già la notte precedente - folle come può esserlo solo una massa di turisti italiani dispersi nel grande mondo della realtà fuori dal pacchetto vacanze - in maniere imprevedibili e, accanto a tanto scontato, in qualche caso davvero sorprendenti, come i corridoi senza fine dell’Hotel Pullman dove, come in un labirinto di moquette blu, si poteva immaginare di incontrare qualcosa di diverso. Come diversa era l’immagine mentale che mi ero fatto dell’hotel cercandolo sul Web (“Ci sono archi, tipo l’Eur”, avevo detto con la dovuta sicumera), da quello che poi ho visto con i miei occhi (“Non c’è nessun arco” mi ha detto perplessa un’amica poche ore dopo). Ma in fondo, guardando meglio, i rettangoli delle finestre non erano così netti e gli archi potevano anche esserci, ci stavano bene nell’alba indiana…

Ho cercato, in quei corridoi, anche la piscina, come indicavano i cartelli. Ma, forse per la mia stanchezza e la tarda ora, non sono riuscito a trovarla. Sarebbe stata una giusta conclusione di questo viaggio liquido dentro mondi strani, vicini e lontanissimi, dove ogni giorno mi sono svegliato carico di ansia e ogni sera mi sono addormentato pensando di avere fatto qualcosa, ma mai abbastanza, in tanti settori diversi. Cercando di prendere qualcosa a cui alla fine non sono capace di dare un nome; cercando di stare in situazioni nelle quali so, per certo, di essere incapace di stare; provando a dare qualcosa agli altri, ma sempre con una inettitudine arida di fondo, che non passa mai, mai, mai. 

(So it goes, diceva Vonnegut, ma qui vorrei chiedere scusa per queste mie difficoltà a tutti quelli che questo viaggio pazzesco lo hanno vissuto insieme a me).

Scrivere di questi giorni è stato il mio modo per renderli un po' più reali. E quando, in una notte senza vento, ho raccontato di Salinger e dello sbarco in Normandia e del suo amore spezzato per Oona e del peso di avere scritto Il giovane Holden e della festa fine del mondo con 800 agenti di viaggio in Egitto (dove, che ci crediate o no, io Salinger l’ho incontrato), ecco, in quel momento di esibizionismo irrefrenabile e sudato, cercavo, nel solito modo criptico e appassionato, di dire grazie ai miei amici che erano rimasti ad ascoltare, a quelli che non lo sapevano e stavano dormendo, ma anche a tutti gli altri, al panorama vietnamita, all’Asia, al mondo, alle cose e alle persone che non avevo ancora incontrato. E, per una volta, andava bene così.

(E se anche è retorico questo pezzo - e lo è, lo so - pazienza, l’universo se ne farà una ragione).





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