Il gin tonic dopo l'Agente Orange, una notte a Saigon

Andare di notte per le vie di Saigon, senza mappa né wifi, per di più con in corpo diverse birre e un paio di gin tonic presi in uno skybar sospeso sopra la perfetta percezione di una metropoli contemporanea (poteva essere Chicago, oppure Hong Kong, non era poi così rilevante da là sopra), dopo avere addirittura ballato su musiche di almeno un decennio fa, quindi molto adatte alla mia età, era un’occasione troppo ghiotta per non coglierla. Ho messo le cuffie, ho tirato in dentro, per quanto possibile, la pancia, ho dato una passatina al ciuffo e mi sono messo a camminare, attraversando i deliranti incroci (invero un po' meno affollati la sera tardi) con una sicurezza da veterano. Ho cercato di sentire, passando sotto alberi e palazzi coloniali, attraversando pozzanghere e scavalcando marciapiedi scivolosissimi, tutto il calore della notte vietnamita (la mia povera camicia alla fine della serata sarà chiamata a testimoniare), tutto lo stordimento dell’alcol (anche se sospetto che nel posto molto à la page i cocktail fossero leggerini), tutta la follia di una città impossibile. E, passando accanto al Teatro dell’Opera o ai vecchi hotel, ringraziando la signorina che mi proponeva massaggi “con personale giovane”, dicendo che avevo solo voglia di camminare, guardando le moto parcheggiate in ogni angolo e le persone sedute, su sedie più piccole della media, a mangiare noodles per la strada, ho pensato (ascoltavo i Baustelle in cuffia, La vita) a che cosa significa stare in questo posto oggi, soprattutto alla luce di come una generazione di giovani americani ci è passata al tempo della guerra del Vietnam. Volevo essere ubriaco stasera per provare a immaginare un po' meglio (pochissimo meglio, è chiaro) come stessero loro, qui, ormai tanto tempo fa.

Questa mattina, dopo avere volato dall’isola di Phu Quoc, dove torneremo domani notte alla fine di una missione nel delta del Mekong, sono stato al Museo nazionale dei crimini di guerra di Ho Chi Min city, si chiama così e spunta, con una linea più brutalista che sovietica, in mezzo ai tanti alberi, alcuni altissimi, che costeggiano i grandi viali di quella che io continuo a chiamare Saigon (e lo fa anche la nostra guida vietnamita, che ci insegna anche la corretta pronuncia: “Shaigon”, ma pare che i locali usino molto l'acronimo HCMC). Un museo nel quale si afferma di presentare la “verità storica” sui conflitti indocinesi del secondo novecento, a poche centinaia di metri dalla via intitolata a Dien Bien Phu, battaglia che segnò la cacciata dei colonialisti francesi dal Paese nel 1954. Nel grande cortile molti mezzi militari statunitensi fanno bella mostra di sé, oltre che da grande attrazione per i turisti, che nella stragrande maggioranza si scattano delle foto davanti agli elicotteri o ai caccia. Io faccio di più, faccio uno stand up e registro alcune parti di un servizio che, ho deciso poco prima guardando la forza iconica spaventosa dell’elicottero HK47 Chinook, dedicherò nelle prossime settimane a questo museo. Parlo dell’immaginario sulla guerra del Vietnam e della Cavalleria aerea, resa celebre da Apocalypse Now, parlo dell’idea dei crimini di guerra, dico, stavolta di fronte a un elicottero più leggero, quello usato proprio per i combattimenti più intensi, che “la storia delle guerre la scrivono sempre i vincitori, ma questa volta lo fanno mettendo in mostra i mezzi dei vinti”. Mi pare un modo dignitoso per aprire la riflessione sul fatto che la storia narrata qui è comunque solo una parte della storia complessiva del conflitto, è solo uno dei possibili punti di vista, magari quello giusto, ma in ogni caso oggettivamente parziale, in quanto testimonianza di una sola parte. E allora penso anche ai giovani americani spediti dall’Iowa o dal Wisconsin a combattere in questo luogo inimmaginabile, e cerco - nella mia assurda continua identificazione con i giovani, a dispetto di un passaporto che dice ben altro - di pensare anche a cosa provavano loro arrivando, come me poche ore prima, a Saigon. La risposta arriva poi, nella camminata notturna, nella sua lontananza da tutto, nel suo non essere stata niente di concreto, pur nella sua unicità. “Era come tutte le cose Vienna”, dice a un certo punto uno dei personaggio di Fiesta di Hemingway quando gli viene chiesto del fascino specifico della capitale austriaca. Stanotte mi viene voglia si dire “Era come tutte le cose Saigon”, e la frase per certi versi è vera, ma per altri proprio non lo è. E restiamo ancora sospesi.

Perché nel Museo c’era un’altra stanza, quella dedicata alle conseguenze della diffusione dell’agente Orange, il terribile defoliante usato dalle forze americane in Vietnam che ha colpito milioni di persone e ha provocato migliaia di casi di malformazioni. Le immagini esposte sono spaventose, letteralmente, e non si può trattare solo di propaganda. Vittorio piange, io ho un attacco di nausea. Continuo a credere in quanto ho scritto poco sopra sul Museo e sulla lettura partigiana, ma di fronte a queste vittime riesco a pensare solo che sono vittime, come ce ne sono state anche, seppur in numeri infinitamente minori, tra i veterani americani. Bere, questa notte, mi serviva anche per sopportare questo racconto.

Postilla: in mostra c’è anche la famosissima foto di Nick Ut che ritrae una bambina vietnamita di nove anni che scappa terrorizzata e nuda dopo un bombardamento al Napalm sul suo villaggio. Una delle fotografie divenute simbolo del Novecento. Ebbene, scopro, oggi, che è stata scattata l’8 giugno 1972. Io sono nato proprio quel giorno. 

Forse stasera di gin tonic me ne servivano almeno tre.

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