Il Mekong e la Fine di qualcosa

Dormo per oltre due ore su un autobus, senza neanche approfittare della sosta ristoro. Quando mi sveglio, debitamente confuso e/o terrorizzato, sono arrivato al Mekong e mi aspetta una barca che scenderà attraverso il delta del fiume. È l’esperienza definitiva per arrivare faccia a faccia con l’immaginario più classico della guerra del Vietnam, e anche oltre, perché questo Mekong può essere pure il fiume Congo di Cuore di tenebra e da qualche parte, all’incrocio tra due (forse perfino di più) mondi, si nasconde ancora Kurtz, non necessariamente con le sembianze di Marlon Brando, non necessariamente con qualcuno che ha posto fine al suo comando, non necessariamente con la narrazione di Joseph Conrad o di Francis Ford Coppola. La luce è quasi assoluta, anche se passano delle nuvole; il cemento è quasi bianco; la foresta si estende nelle acque del fiume, limacciose e, mi dicono, “popolate di coccodrilli”, come è giusto che sia. Cerco di assaporare tutto quello che viene prima dell’inizio di questa discesa tra i fantasmi della storia, cerco di fare che sia perfetto questo momento, perché quello che verrà dopo è esposto a molti rischi, compreso quello di una definitiva indefinibilità. 
Fisso ancora un po' le nuvole, sospiro e poi salgo sulla barca. Vada come deve andare.

Il Mekong è enorme, ferito in molti punti dalla presenza dell’uomo, al quale, comunque, non sembra prestare alcuna attenzione, come faceva la Natura con il povero islandese di Leopardi. Il fiume - per quanto sporco, inaffidabile, marrone (di limo) - è un sovrano dell’epoca d’oro, è una vestigia che, seppure invecchiata, non perde mai la propria maestà sulle cose. La resa è l’unica azione sensata di fronte a tanta possanza, ed è una resa che non si può negoziare. Ma una volta issata la bandiera bianca, il fiume comincia a dare, comincia a rispondere ai suoi sudditi, vecchi o nuovi, spalanca, quando ormai non ci sono alternative, le porte dell’esperienza di sé. Ed è qualcosa di ambiguo, di continuo, di eccezionale per quanto sembra essere normale. I vietnamiti, che nei mercati fanno la spesa senza scendere dai motorini, sul Mekong fanno acquisti (e vendono la merce) senza scendere dalle barche, i villaggi si confondono con il fiume, non sono solo palafitte, sono appendici dello sviluppo umano (non so se sviluppo è la parola giusta, forse no) che dialogano dialetticamente con le acque, e anche questa è una forma di reciproco armistizio, tra la divinità e gli intrusi, qui, come in quasi ogni terra di confine, particolarmente tenaci. 

Io, saltato sull’imbarcazione, ne ho preso le misure, ho saggiato il mio modo di stare nel fiume, la mia estraneità di rappresentazione. Poi, questo era lo scopo del viaggio, sono uscito sulla prua della barca, in piedi, e ho cercato di abbracciare tutta la scena, a tutti i livelli. Era ovviamente il viaggio di Apocalypse Now, ma erano anche tante altre letture, il già citato Conrad, ma c’era fortissimo, anche Céline e in particolare ho incontrato il suo Bardamu, poche ore dopo, nel giardino di una ex villa francese sulle rive del fiume, dove oggi c’è un piccolo ristorante per i turisti. Lì era chiaro, nella luce abbacinante e nel caldo definitivo, tra la vegetazione rigogliosa di loto e pompelmi, lì era evidente che il colonialismo europeo è stato sconfitto, in primis, dal clima tropicale. Ogni progetto razionale - e, per quanto contraddistinto da episodi di mostruosa irrazionalità, il progetto complessivo del Colonialismo era razionale (in modo terribilmente brutale, non c’è dubbio), ma era animato da uno spirito che era lo stesso del Positivismo - ogni progetto razionale, si diceva, non può resistere alla corruzione del caldo, al logoramento della spossatezza climatica, allo strapotere degli elementi che, come il Mekong in piena, possono, da un momento all’altro, trascinare tutto con sé. Il Colonialismo si è dunque rivelato una follia, una discesa assurda e corrosiva nella tenebra del mondo, un suicidio degli occidentali, in primo luogo. E il Vietnam, con questa luce, con questa evidenza della nostra marginalità di esseri senzienti davanti al fluire del fiume (come a Saigon i motorini fluiscono senza posa neanche fossero - e chiaramente lo sono, mi sono reso conto - il sistema sanguigno della città. Non hanno una destinazione, sono in perenne movimento non verso qualcosa, ma dentro qualcosa). Quindi ho capito, seduto su un gradino sulla riva di un ramo secondario del grande fiume, che Kurtz è impazzito per questo (come tanti altri personaggi di Conrad che non hanno avuto un Brando a interpretarli al cinema) e che la Francia non ha perso a Dien Bien Phu, ma molto prima, quando ha pensato di conquistare il suo impero. Mi rendo conto di essere banale, ma da questa prospettiva la cosa appare così chiara che non riesco a non scriverla.

E poi c’è anche l’auto riconoscimento. A un certo punto, quando la barca corre veloce e le sponde si allontanano, ecco che il bacino del Mekong diventa semplicemente la Laguna di Venezia, e la barca diventa un vaporetto, il numero 2, e poco dopo io parlo con un manager della Francorosso e cito proprio il vaporetto numero 2, il suoi passaggi dal Tronchetto e dalla Giudecca, che tanto hanno rappresentato per me, in un cerchio che si chiude intorno alla mia storia con una precisione di coincidenze che ogni volta mi sorprende. Ripenso a Torcello, alla sua vocazione selvatica, allo scrittoio di Hemingway da Cipriani, quasi identico a quello che, adesso mentre digito questo diario, sta in bella mostra nella mia stanza in questo albergo tutto d’ambientazione tardo ottocentesca, o forse solo Anni Trenta, chissà. Un’altra coincidenza, se volete usare questa parola, ma forse dovrei inventarne un’altra, più aderente. Così, quando alle 00.15 mi tuffo nella piscina silenziosa, le luci che la illuminano, guardate sott’acqua, diventano i grandi riflettori che si accendono implacabili in alcune scene chiave del film di Coppola, quella luce intollerabile che acceca, anziché svelare, e fa dire a Kurtz la celebre doppia parola: “L’orrore, l’orrore” (giustamente detta al buio, nascosto nel buio più lontano).

Io continuo a nuotare nel resort di lusso e faccio finta di niente, ma, a modo mio, so.

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