Giorno 9. Isole

Mi sveglio e dalle finestre entra un gran luce. I palazzi sono sempre lì, e sempre lì, insieme a loro, c’è quella botta di angoscia che monta con i sogni - confusi, imprecisi, definitivi - e poi spara il suo colpo principale: lo spaesamento assoluto, quella accelerazione della digestione dei noodles al Kimchi o delle troppe birre che tiriamo tardi a bere nella Main dining room, cercando, io e i colleghi d’agenzia, di mettere insieme, anche a livello umano, il puzzle di queste giornate rocambolesche e velocissime, che non finiscono mai eppure sono già scomparse una dietro l’altra, come se in questa lontanissima parte del mondo il tempo andasse insieme più lento e più veloce (mi vengono in mente i pomeriggi alla scuola elementare, con la luce che filtrava a strisce orizzontali e la loro durata eterna…. solo che adesso quell’eternità appare una specie di battito d’ala di farfalla, e speriamo che che non inneschi qualche terremoto), lasciando dietro di esse sia montagne di parole e momenti, sia un’insuperabile sensazione d’incompiutezza. Il battito accelera, il telefono vibra e porta messaggi difficili da conciliare con il sonno, mentre l’alba asiatica gioca senza risparmiarsi la propria partita. 

Poi, prima che il giorno mi abbia completamente soggiogato, a volte capita di imbattersi in certe persone (Andrea che mi saluta con un abbraccio, Giorgio che non parla molto, ma non sbaglia una parola) e in certi luoghi, vere e proprie isole (la Ice Arena dove sembra sempre che sia un giorno di festa e dove ho scoperto di amare disperatamente il pattinaggio di figura, oppure lo Hyundai Pavilion sulla Medal Plaza che è una specie di Kaaba della tecnologia e della visione artistica, ma arte in senso largo, larghissimo, quasi indefinibile), che mi aiutano a regolarizzare il respiro e a fare le paure più smorte. Nel palazzetto del ghiaccio ho visto le ragazze dello short track vincere una medaglia pazzesca, nel caos più totale di una staffetta impazzita, dopo avere atteso per cinque minuti (cinque!) la decisione del giudice che ufficializzava squalifiche e classifiche (e il giorno dopo, incontrando le componenti della squadra ho chiesto loro perché mai non trasudassero felicità per l’impresa che avevano fatto la sera prima, ma le loro risposte non sono state convincenti), mentre il padiglione, fuori “l’edificio più scuro del mondo” per via della vernice nera assorbente con cui è dipinto, mi è servito per ritornare a essere il giornalista che sono, a guardare grandi installazioni e perdermi dentro labirinti di immaginazione e tecnologia applicata.

Ma queste sono pur sempre le Olimpiadi e questa mattina l’Italia ha festeggiato l’impresa di Sofia Goggia, prima donna a vincere la discesa libera ai Giochi con la maglia dell’Italia. La cosa più strana è stata vedere lei, così apparentemente scanzonata e pronta a sottolineare il lato comico delle cose (circostanza che, lo sapete, fa di Sofia un personaggio fondamentalmente tragico, nel senso del contrasto tra gli atteggiamenti e il mondo in cui questi di manifestano), essere travolta dalla commozione, a cui cercava di opporsi con tutto il pudore di cui era capace, ma senza ottenere un successo completo. Mi ha fatto pensare a certi personaggi di Hemingway, la Goggia campionessa, la cui principale missione o funzione letteraria che dir si voglia, era proprio quella di non concedersi debolezze. Grande letteratura, ma spesso anche quella non basta e servirebbe lasciarsi andare a un pianto serio e coscienzioso. Sofia Goggia, alla fine, se lo è permesso alla premiazione, tanto per assicurarsi che domani (quando la intervisteremo) l’increscioso episodio non si ripeta e tutto torni a scorrere come è sempre stato, tra molti sorrisi e molte battute, stavolta con in più quel trascurabile dettaglio che è un Oro olimpico.

Ieri sono anche stato al confine con la Corea del Nord, dentro la Zona demilitarizzata che circoscrive l’ultimo brandello di Guerra fredda (per come l’avevamo intesa nei decenni del secondo Novecento) e racconta dell’assurdità di certe guerre e certe decisioni politiche. Di questo viaggio ho scritto in un reportage più formale. Qui vorrei solo ricordare l’odore nauseabondo del pesce in padella che ci è stato offerto per pranzo durante la visita alla DMZ e la sagoma di quel soldato nordcoreano inquadrata dalle potenti telecamere che i militari della Corea del Sud utilizzano sia per spiare i nemici sia per offrire ai turisti (e pare che che ne siano tanti nella DMZ) una visione ingrandita della geopolitica del luogo. Quella sagoma dimostrava l’esistenza di persone al di là della cortina di ferro coreana, persone che, come noi guardavamo loro, era altamente probabile che stessero facendo lo stesso con noi, in un grande gioco di specchi potenzialmente ripetibile all’infinito. Quel soldato nordcoreano mi è sembrato una prova dell’esistenza del mondo e, per estensione, dell’esistenza di me stesso.

Qualche nota minore, prima di crollare nel letto: 1) le scale qui in Corea sono strane, i gradini sono meno profondi e inciampare è molto frequente 2) ho visto finalmente il mare, non è il Pacifico aperto, ma in ogni caso è stato come ritrovarsi in qualche posto (per me, lo so, in buona parte immaginari) dove la felicità sembrava possibile 3) ho incontrato la signora dell’housekeeping questa mattina, mi parlava in coreano tentando di rispondere alla mia domanda: la potrà della mia stanza, ora che esco e voi entrate per fare le pulizie, devo lasciarla aperta o chiusa? Non ho capito nulla della risposta, nel dubbio l’ho lasciata accostata, poteva anche essere un’onesta via di mezzo 4) stasera a Casa Italia mi sono presentato alla coppia di pattinatori azzurri Ondrej Hotarek e Valentina Marchei per dire loro che la gara di qualche giorno fa era stata pazzesca e io mi ero commosso. Devo essere sembrato uno di quei fan che possono diventare pericolosi, ma pazienza, io so che ero ingenuamente sincero. 

Finisco con alcune note di servizio: bevo troppe birre e comincio a sentire l’angoscia del rientro. Otto è chiuso nella sua stanza: vedo la luce fuori dalla finestra, ma continuo a non vedere lui.

Niente di nuovo sotto il sole (e il vento) di PyeongChang: nessun uomo è un’isola. Forse.

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