Giorno 6. Alexa

Quando entro alla Ice Arena di Gangneung verso le 10 per seguire la finale del programma di coppia del pattinaggio artistico lo faccio senza troppe aspettative. Volevo vedere una gara olimpica, anziché passare tutto il tempo chiuso nel caldo tropicale della sala stampa di Casa Italia, e questo evento aveva una serie di vantaggiose caratteristiche di luogo e orario (si sfrutta il fuso, quando qui è mattina in Italia è appena iniziata la notte). Dopo i controlli vengo tampinato da un fotografo che mi parla in un inglese con un forte accento - ovviamente non so riconoscerlo questo accento, ma potrebbe essere una cosa tipo gallese, oppure di qualche contea minore dell’Illinois - lamentandosi di qualcuno che, non ho capito benissimo, lo avrebbe “spiato” mentre era in fila all’ingresso. il tizio è accalorato, parla velocemente, dice parolacce all’indirizzo del misterioso rivale. E’ tutto piuttosto strano e il mio abituale desiderio di “starmene fuori” mi rende poco loquace con il fotografo, che tento educatamente di scaricare il più in fretta possibile. Ma lui non molla e mi segue perfino nel piccolo ascensore che porta alla tribuna per la stampa. Mi vedo già costretto a dividere la mia postazione - ho un fantastico biglietto Press tabled - con lui e a dovermi sorbire le sue stravaganti lamentele per tutta la mattina. Per fortuna però, dove non arrivo io arrivano le majorette inviate dal regime di Kim Jong-un: la loro esibizione, che sembra raggiungere un momento cruciale proprio mentre ci affacciamo sugli spalti, attrae irresistibilmente il fotografo brontolone, che a quel punto scompare nell’ala est del palazzetto del ghiaccio. Per sicurezza decido pure di rinunciare alla mia postazione ufficiale e di scegliere - nonostante la perplessità del ragazzo preposto al controllo dei biglietti che non può sapere i motivi del downgrade - un posto solo con la seduta (Press non tabled) e mi accomodo nella curva ovest dell’impianto, tirando un bel sospiro prima di abbandonare lì accanto il mio pesantissimo zaino e di sedermi sulla poltroncina azzurra.

La cosa succede poco dopo. Durante l’esibizione della coppia statunitense composta da Alexa Scimeca Knierim e da Chris Knierim, che dai nomi deduco essere marito e moglie. Lui sbaglia due volte lo stesso salto con avvitamento e una volta cade in modo quasi rovinoso. Il loro esercizio va molto male, la musica di Ghost sembra troppo scontata e i giudici alla fine li relegheranno al 15esimo posto, il penultimo, della finale, a quasi 30 punti dai vincitori. Eppure la cosa succede proprio durante la loro modesta esibizione: in un lungo attimo mi rendo conto dei sorrisi falsi, della ridicola necessità di mostrare una felicità evidentemente posticcia (evidentemente obbligata, il che su di me fa un certo effetto), dell’ipocrisia che presiede ai giudizi, mi rendo conto dello sforzo disumano che fanno gli atleti per tenere testa a delle aspettative che per chiunque sarebbero semplicemente insostenibili (anche se, lo so, fatte le proporzioni questo accade a tutti, ma non sotto gli occhi delle televisioni di tutto il mondo e vestiti in modi spesso un po’ ridicoli)… Mi rendo conto che al termine dell’esercizio Alexa e Chris avrebbero solo voglia di morire e invece devono ancora mettersi in posa per ringraziare tutti e poi devono stare per lunghissimi minuti sorridenti davanti alle tv in attesa dell’uscita del punteggio, che loro e i loro allenatori sanno già che sarà disastroso… Mi rendo conte che Alexa, una bella biondina minuta, con un naso fantastico che sulla pista sembra la ragazza più desiderabile del mondo, appena esce dal ghiaccio, appena rimette piede sulla, per così dire, terraferma, si…svuota, il suo corpo ha un tracollo che la fa sembrare di vent’anni più vecchia, me ne accorgo pure io dalla tribuna… è come se - tornano sempre le suggestioni di Philip Dick, perdonatemi - il suo posto venisse preso da un’altra… Soffro moltissimo nel vedere tutto questo, ma il punto è un altro, il punto - la cosa che è successa - è che io mi sono immediatamente, irrimediabilmente, perdutamente innamorato di quello che stavo vedendo. Mi sono messo a piangere (ultimamente capita spesso, è un momento così, che volete, ma qui era proprio un pianto per il pattinaggio, non per le solite fregnacce sul tempo che passa e i momenti perduti e i genitori e i figli eccetera eccetera) a singhiozzare in tribuna stampa davanti a un esercizio pessimo… E solo il fatto di dovere andare a incontrare la coppia di pattinatori nord coreani, qualche minuto dopo, mi ha distolto dalla commozione per richiamarmi ai doveri professionali. Innamorato del pattinaggio, ma pensate un po’.

Dei due atleti venuti da Pyongyang, lui molto alto, lei estremamente minuta (sono stati bravi sul ghiaccio e il pubblico li ha sostenuti con entusiasmo bipartisan) parla solo il ragazzo, Kim Ju Sik. Lei, Ryom Tae Ok tace e non sorride mai, però ha grandi occhi attenti. Kim dice cose abbastanza scontate, anche se mi sorprende quando se la prende un po’ con i giudici per il punteggio finale. Subito dopo l’accompagnatore vestito di nero che stava mimetizzato alle loro spalle fa un cenno e i ragazzi lasciano la Mixed Zone per rientrare in un posto che io colloco a metà strada tra uno spogliatoio e una prigione. Sono ancora circondato dai colleghi coreani che si sono affollati intorno alla coppia venuta da oltre il confine quando vedo passare la prima delle due coppie italiane in gara. Non so come, forse in quanto unico occidentale tra i giornalisti presenti in quel momento, mi guardano e, senza mai esserci visti prima, ci facciamo un cenno da vecchi amici, come a dire “ehi, siamo qui” e io a rispondere “aspettami che arrivo”… in effetti va proprio così e per i successivi dieci minuti parlo con Nicole Della Monica e Matteo Guarise come se fossimo intimi da tempo e come se io capissi di pattinaggio artistico. E’ stupendo, anche se nel privato della mia coscienza mi ricordo sempre che il massimo che ho saputo produrre sul tema è stato un mezzo bicchiere di lacrime venti minuti prima. Ma anche questo, forse, è parte della affascinate follia di essere un inviato alle Olimpiadi. Non lo so, giuro che non lo so. E ho il grande rimpianto di non avere più incrociato Alexa, avrei voluto vederla da vicino per capire se in quel momento c’era lei o soltanto la sua sosia fantascientifica. Ma forse, mi dico mentre torno fuori nel vento per prendere un altro autobus dall’odore di cipolla, certe cose è meglio non saperle troppo nel dettaglio, chissà.

p.s. Questo pezzo avrebbe dovuto intitolarsi “atleti”, perché avrei voluto scrivere anche di altre storie che ho incrociato, dalla tranquillità di Arianna Fontana (una che aveva appena vinto una medaglia d’oro) ai piatti di pasta degli sciatori azzurri, dall’autobiografia di Agassi alla mia domanda rivolta a tutti: ma la medaglia olimpica ti cambia davvero? (Agassi c’entra, perché è sua la memorabile uscita che dice che vincere Wimbledon non cambia niente! Capite quanta differenza fa avere un ghost writer di qualità!). Alla fine però ci sono entrati solo i pattinatori e, niente, anche stavolta la cronaca dalle Olimpiadi coreane diventa un po’ parziale, mi rendo conto. Ma scrivere è essere parziali, almeno questo dai.

p.p.s. Non sto a spiegarvelo e non c’è un legame diretto tra le due storie. Ma continuo a pensare a come stava Salinger mentre era in guerra in Europa e la sua fidanzata, la bellissima Oona O’Neil lo lasciava per mettersi con Charlie Chaplin (con Charlie Chaplin!!!). Io sono a fare la mia campagna asiatica e forse quando tornerò saranno cambiate tante cose. Il concetto di “tregua olimpica” in questo momento mi sembra chiarissimo e, perché penso che non vi stupirete?, tremendamente oscuro al tempo stesso. Vorrei chiederlo ad Alexa, se fosse qui.

p.p.p.s. Sono giorni che non ho notizie di Otto. Stasera sono rientrato non troppo tardi e in bagno c’era la luce accesa. Il pensiero di lui che si preparava per dormire era rassicurante. Ma quando, dopo un’ora e mezza di silenzio (il tempo che mi è servito per scrivere questo pezzo) sono uscito dalla mia stanza molto vuota per andare a lavare i denti mi sono reso conto che la luce del bagno era ancora accesa e dentro non c’era traccia di Otto.. era accesa da prima, e tutta la rassicurazione, una volta di più, era immaginaria. Benvenuti nel mondo vero? Mah. chi può dirlo.

Commenti

  1. Come sempre bravo.
    E se vincere Wimbedon non ti cambia la vita, chissà se perdere le olimpiadi cadendo sulle note di ghost non sia lo stesso....come dire, tutto passa!
    A prest Leo

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    1. 😊😊😊 forse sì, hai ragione Patty, grazie di leggermi!!!

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