Giorno 4. Il mondo

Il giovane Hans Reiter in 2666 faceva lunghe immersioni a occhi aperti, tanto da sembrare più un’alga che un ragazzo. Tanto che, mentre rischiava di affogare, un uomo di buon carattere, prima di tuffarsi a salvarlo, aveva davvero pensato che quella strana cosa sulla superficie del mare gelido non fossero i capelli biondi di un ragazzo, ma proprio una pianta marina. Qui, sebbene a pochi chilometri dal Pacifico, che non ho mai visto, di alghe non se ne incontrano. Sono salito fino all’ultimo piano dei palazzi del Media Village di Gangneung, torri solide, senza fronzoli, tutte di 21 piani, per cercare di vederlo, là in fondo, quell’oceano immenso che fu teatro di eventi che, non so perché, hanno avuto un peso nella mia infanzia. Come la Battaglia delle Midway, alla quale sono legato essenzialmente per via di un oggetto: un “Trasferello”, quei fondali sui quali, usando una penna, si potevano lasciare, nel punto preferito, delle decalcomanie in tema. Nel caso delle Midway principalmente aerei da guerra. Credo che anche per colpa di quel gioco poi comprai, leggendolo fino quasi a consumarlo, un manuale sui velivoli del Secondo Conflitto mondiale (leggevo anche La vita dei piloti da caccia nella Grande Guerra, ma in quel caso era colpa del mito del Barone Rosso, mutuato però dalle avventure di Snoopy piuttosto che da passioni storiche, poi mi piaceva tanto la biografia a fumetti di Karl-Heinz Rummenigge, Panzer nerazzurro). Non ho idea se queste letture preadolescenziali abbiano avuto un peso nella scelta di laurearmi in storia moderna, non ce l’ho neppure adesso che, sulla terrazza immaginaria del mio personale grattacielo sudcoreano, l’Oceano Pacifico proprio non lo riesco a vedere. Anche in questo ci sarà pure un motivo, opaco e lattiginoso come il controluce di questa mattina asiatica. 

Eppure il mare lo sento, è successo una volta a Rovigo (a Rovigo!!!) in modo talmente intenso da percepire la salsedine sui vestiti appena sceso dalla stazione, senza avere nessuna idea di dove avrei dovuto andare. Pareva che le giunture stesse si sarebbero potute corrodere per via della densità dell’aria. E' successo più volte a Venezia, ma questo è veramente un luogo comune, mi rendo conto; vero, ma luogo comune (però se si cammina fino all’Arsenale Nord e ancora oltre, verso l’ospedale lagunare, l’esperienza guadagna piccole percentuali di realtà, proporzionali all’incremento della luce intorno al camminatore solitario. Che lentamente scompare, felice, per una volta). O ancora sulle corde arancione dei salvagente su barche che erano già vecchie nel 1986, tristi e soffocate dall’odore di pasta aglio, olio e peperoncino. Qualcuno beveva rhum, cola e angostura, e quel qualcuno assomigliava molto a mio padre. C’erano anche parole come “casinò”, “fiches”, “poker”, ma mi davano troppa ansia per prenderle seriamente in considerazione. Era il mio problema. 

Oggi, nella tormenta di neve di una notte freddissima sulle montagne coreane, il mio problema è simile, solo che quello che fatico a prendere in considerazione è aumentato, fino quasi ad assumere le fattezze di ciò che Kant - faccio il saccente, lo so, lo so, ma è un modo per prendere le distanze dalla mia stessa affermazione, credetemi (penso sempre a Cioran e a quel suo motto memorabile che spendo in ogni possibile occasione come il peggiore dei rigattieri: nessuna delle nostre azioni merita la nostra adesione) - considerava una delle antinomie della Ragion Pura: il mondo. In soldoni: essendo tutto nella nostra testa, non avevamo mica strumenti per dire qualcosa su ciò che stava fuori da quella stessa testa. Ma la verità è che la Ragion Pura, bellissima, come una scultura d’acciaio di Anish Kapoor, non risolve un bel niente, e anche il preciso filosofo tedesco lo sapeva (da qui la Ragion Pratica), mentre io faccio più fatica qui adesso a rendermene conto. La questione è curiosa: il punto non è l’eccessiva distanza di questo mondo coreano dal mio sistema di riferimento. Il punto è la sua eccessiva somiglianza, che, ancora una volta, riduce tutto a un atto di auto-rappresentazione (la “posa” del giornalista, l’importanza che ci si attribuisce da soli, la seriosità) che da tempo faccio sempre più fatica a sostenere. O meglio, che sostengo, a colpi di pacche sulle spalle, ammiccamenti, frasi romanesche e adesione ai costumi dell’ambiente, ma che alla fine, quando torno solo sulla mia torre e guardo fuori dalla finestra da cui non si vede il Pacifico, si squaglia (il soggetto è sempre l’auto-rappresentazione), lasciando il solito vuoto che da troppo tempo colmo con le rappresentazioni altrui. Ma questa è proprio una storia vecchia, che non se ne può più. 

Qui, a Casa Italia, un lavoratore apparentemente mediorientale continua a pulire - tutto il giorno - il pavimento antistante i bagni, ogni volta che passa qualcuno. Un alto dirigente dello sport della Nord Corea ci ha incontrati gioviale, facendo molte battute sui politici e regalando grandi sorrisi, oltre alla considerazione: “Pavarotti era il migliore di tutti”. Capisco che la globalizzazione è arrivata anche a Pyongyang, almeno per certi strati politico-sociali, e la cosa mi rassicura. Le atlete azzurre parlano parecchio, il vino è meno buono del primo giorno, ma resta di tutto rispetto. A un certo punto non trovo più la minifigura di Lego di Chubecca che mi fa da amico immaginario in questo viaggio e sposto il MacBook per cercarlo: cade, perché qualche ora prima lo avevo messo in bilico proprio sul bordo superiore del laptop. Le cause involontarie che innescano le soluzioni che si cercavano in altri modi mi divertono sempre molto. Indosso una camicia azzurra, porto al collo i due badge da giornalista accreditato, sulla mia postazione di lavoro ci sono due computer, un tablet, un iPhone, una bottiglia vuota di acqua frizzante Seagram’s e una piena a metà di Coca Cola, diversi cavi, cuffie, l’orologio. Ieri notte sull’autobus verso il Media Village ho incontrato un medico inglese trapiantato a Los Angeles che fa il corrispondente per Usa Today e un logorroico inviato, sempre americano, che mi ha raccontato di essere stato in piazza Tienammen nel 1989 durante gli scontri. Aveva occhi kirghisi, come diceva Hans Castorp di Claudia Cauchat, Madame Cauchat, nel sanatorio della Montagna incantata

Dieci giorni fa intervistavo Tino Sehgal: adesso capisco un po’ meglio perché non vuole che il suo lavoro sia documentato: perché se non esiste può convincersi di non venire divorato dall’esistenza stessa. Non era tanto difficile, avete ragione. 

(Così va la vita e gli U2 ripetono Faraway, so close)

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