Giorno 2. Arrivare

Gangneung, ora coreana 22.02

Che cosa significa “arrivare” in un posto lontano. Dove stanno le immagini mentali che di questo posto mi sono costruito nel tempo. Perché in certi luoghi arrivare è più difficile che in altri. Credo di avere pensato queste cose abbastanza penose mentre, trasportando la mia pesante borsa Samsonite verde con tanto di tracolla assassina, sono salito sull’ennesimo mezzo di trasporto verso i siti olimpici. Una specie di TGV, accogliente, con un posto a sedere anche per il bagaglio. Ricordo di avere dormito meglio che in aereo, ma ricordo anche una variante diversa e non so dire con certezza se la prima sia quella “vera”. Ma non importa. Torno all’arrivare: quella volta che a Berlino andai a cercare la piccola strasse dove Kafka era solito passeggiare con Dora nei suoi ultimi anni, una via dove, pensavo, avrei ripercorso i suoi passi veri, non quelli delle visite guidate a Praga o cose del genere. Quella volta che, cercando sulla mappa mi accorsi con il senso di una necessità ineluttabile che la strada era proprio a poche decine di metri dall’albergo dove dormivo. E poi - oggi so che devo scrivere per fortuna, che è stato un bene - una volta arrivato, niente, niente di niente, nessun tipo di sensazione, anzi quasi l’opposto delle sensazioni. Oggi so, sono abbastanza vecchio per saperlo, che era proprio quella la cosa più kafkiana che potesse capitarmi, allora però ci rimasi un po’ male, confesso. E adesso questa Corea - un nome che è anche sinonimo di “disfatta”, seppure sportiva per come la intendiamo noi, ma che ha anche una storia pesante con la sua guerra negli anni Cinquanta che fu una piccola specie di Terza Guerra mondiale, ed è pure il nome di una malattia rara -, questa Corea a cui avevo pensato a lungo come un evidente altrove, un po’ con ansia, un po’ con sollievo.

E invece, al netto delle fatiche logistiche non banali, poi, una volta successo, è stato semplicemente un altro arrivare, senza approdi, senza risposte, lanciato in una specie di extramondo (ancora Blade Runner, lo so, mi mancava il cinema) gigantesco e impossibile da capire e da gestire (le Olimpiadi). A un certo punto, alcune ore dopo la sistemazione al decimo piano di uno degli infiniti palazzi del Gangneung Media Village, acronimo GMV, mi sono trovato a camminare di notte in mezzo a un bosco cercando di raggiungere Casa Italia e nell’incrocio tra le due sensazioni - la notte innevata e misteriosa della montagna coreana, con evocazione di parole come “lupo” o “paura” o scene alla David Lynch, e la placida e nostrana mondanità del quartier generale azzurro, dove peraltro mi hanno accolto benissimo e a rifocillarmi ho trovato uno chef stellato di Cortina - in quel grottesco sovrapporsi di modi di essere ho avuto voglia di ridere, come avrebbe riso uno che si era appena riconosciuto allo specchio dopo tanto tempo, una risata affettuosa con se stessi insomma, buona. La parte più divertente, però, è fuori dal racconto ufficiale: questa sera, cercando un posto per scrivere tra le vie della cittadina, fuori dalla banlieu dei giornalisti, guardando il riflesso in una vetrina di un uomo ingolfato di giacca a vento, collare e cappello, ho proprio pensato a come la mia immagine di me stesso (il tizio che dice io nel mio autoracconto) fosse del tutto diversa da ciò che vedevo… quindi quella risata era forse una truffa? Ma no, solo momenti diversi, solo verità diverse. Una volta che si fa pace con le idee di unicità è probabile che si possa stare un po’ meglio. Eccola qui, inaspettata e barbosa, una prima piccola morale coreana. Il gobbo ora dovrebbe chiedere “APPLAUSI” al pubblico svogliato, cosa li paghiamo a fare sennò?!

Il diario dovrebbe conteggiare anche gli incroci più o meno glamour: fanno elenco e gli elenchi sono interessanti, per cui ecco il mio piccolo carnet delle prime effettive 24 ore nel distretto di PyeongChang: il principe Alberto di Monaco (gioviale), la leggenda dello slittino Armin Zoeggeler (solido, serio), una sosia di Lindsay Vonn con la divisa USA (beh, oggettivamente carina), ma anche Nikolai, un bel ragazzone con la divisa della squadra della Bielorussia che però non faceva l’atleta ma, mi spiegava, il giornalista della squadra, perché “nel suo Paese si usa così”. Nikolai che mi parlava del Manchester United e intanto voleva farmi bere una specie di grappa velenosa che, mi sono reso conto in fretta, doveva avere consumato già sull’aereo, in abbondanza. L’ho incontrato sull’autobus, ancora un transfer, che dalla stazione di Gangneung mi portava verso il GMV, l’ultimo dei transfer della piccola odissea verso l’Asia. Insisteva perché io bevessi quella roba e a un certo punto siamo diventati una scena de Il giovane Holden, qualcosa di triste intrinsecamente, profondamente. Io a dire no, lui a insistere. alla fine lo ha buttato giù in un sorso, e per un momento ho pensato che sarebbe morto per la tristezza, ma morto davvero. Poi però si è alzato, è tornato verso i suoi connazionali e non mi ha più rivolto la parola. E poi anche Otto, il mio compagno di appartamento (due stanze private, zona giorno e bagno in comune, un coinquilino da veri giovani insomma), Otto che si spaventa quando io rincaso la prima notte e poi la mattina si alza presto e va a fare il corrispondente per un giornale sudtirolese, Otto che mi dice, quando decifriamo una lingua comune, che lui è sì italiano, ma “tedesco di madrelingua”. Molto educato, schivo, sembra il coabitante perfetto, che titilla anche la mia voglia di essere pienamente asociale, ma con gentilezza. (Ah, c’era anche un altro eroe olimpico nella lista, il nuotatore Rosolino, ma poi un po’ la tv trash se lo è portato via il fascino vero). 

Mentre aspetto nel vento fuori dal GMV, la prima sera, mi metto a chiacchierare con una ragazzina dello staff dei volontari: è simpatica e il suo inglese buono (i driver invece - non sono tassisti, sembrano civili chiamati a prestare la loro auto privata durante la ritirata della Marna - non parlano e sbagliano continuamente strada, ma continuamente… anche se le destinazioni che chiediamo sono banali… il centro stampa principale quasi esclusivamente…) e mi parla del viaggio che farà in Italia, con entusiasmo. Io le consiglio Venezia, naturalmente, ma aggiungo che la cosa migliore è andare lì e perdersi. lo dico almeno due volte e con convinzione, perfino eccessiva. Ora ho il timore di quello che potrei esserle sembrato… una specie di inutile vecchio decadentista? Un wannabe Aschenbach? Mah, in ogni caso spero che ci vada, si perda per motivi abbastanza comuni, e poi sia felice di quel cambio di programma inaspettato. Quando aboliremo i motivi, le azioni saranno più interessanti? Magari sì. Magari solo più brusche. Finisco la Perrier al Lime (volevo una Coca, ma il dal.komm Coffee non la vende) e ordino una fetta di torta con la panna montata. Tutto bene, insomma.

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