Giorno 13. Riconoscersi

 Quando è il momento di ritirarsi, si dice che un atleta lo senta benissimo dentro di sé. Me lo ha ripetuto qualche giorno fa anche Carolina Kostner, citando la cugina Isolde. Quando è il momento di tornare, invece, spesso lo decidono le circostanze esterne: la fine delle Olimpiadi invernali, una prenotazione aerea, la conclusione di un incarico. Per cui, sono qui, sul volo Cathay Pacific CX419, in servizio tra Seoul Incheon e Hong Kong, dove atterrerò circa 80 minuti dopo avere cominciato a scrivere questo diario. In attesa poi del Big One, il viaggio vero attraverso tutta l’Eurasia, per riportare indietro il tempo di 21 giorni, prima che tutto questo succedesse, come se non fosse mai successo. 
Tempo fa, ne sono abbastanza convinto, il mio paragrafo si sarebbe fermato qui: l’impossibilità del presente, l’incomprensibilità di ogni momento, una costante e struggente nostalgia di qualcosa che poi non si è mai avuto o non c’è mai stato davvero. Tutte cose di cui questo diario coreano ha parlato fin troppo, tutte cose in cui credo e che penso siamo la definizione più (im)precisa del mio essere e del mio scrivere del mio essere. 
Oggi però il paragrafo lo allungo, perché penso che qualcosa in realtà sia successo, in questi assurdi giorni olimpici, e non ha tanto a che fare con le storie sportive che abbiamo raccontato - alcune straordinarie, altre più comuni, certe posticce, certe altre sorprendentemente vere - ma piuttosto ha riguardato quello che c’era alla fine delle storie, alla fine del lavoro (sembra impossibile, ma a un certo punto il lavoro finiva, ok, non proprio completamente - ognuno di noi nel segreto della propria stanza qualcosina d’altro lo faceva tutte le notti - però sostanzialmente finiva), quando ciascuno di noi, il “gruppo delle agenzie italiane”, restava solo con se stesso, quasi sempre davanti a una birra (per Gianfranco orange juice), e poteva scegliere come usare quel tempo. La cosa che è successa, e che alla fine sono abbastanza certo che resterà per tutti, è che ci siamo parlati, guardati in faccia da esseri umani: stanchi, vestiti in modi un po' assurdi, decisamente e cocciutamente imperfetti. I contenuti di questi momenti non sono importanti, era importante il contenitore, la possibilità che ha costruito, il suo essere stato per me un antidoto - non definitivo ovviamente, come questo diario testimonia fino allo sfinimento - all’ansia e all’angoscia e alla perdita costante di ogni punto di riferimento. Sono stato felice di avere recitato per loro un piccolo monologo licenzioso di Philip Roth - Tutte hanno la figa - e anche che abbiano voluto ascoltare qualcuno dei miei pezzi. Ma pure questo non era esattamente il punto, benché il mio ego ne sia stato potentemente gratificato, dalla gentilezza con cui mi hanno ascoltato. Il punto era stare lì in quei momenti, esserci. L’appercezione che si studiava sul libro di filosofia al liceo, applicata a me stesso (parlo per me, sono kantiano, ma forse vale anche per qualcun altro). È stato questo il record olimpico di PyeongChang 2018, che probabilmente ha fatto sì che oggi all’aeroporto di Seoul una guardia di sicurezza subito dopo i controlli nell’area dedicata ai viaggiatori con accrediti olimpici chiedesse a me e ad Alberto se fossimo atleti. Al momento ci siamo messi a ridere (un po' orgogliosi, ovvio), ma adesso capisco che un piccolo punto di verità in quella domanda c’era. 

(Devo aprire una parentesi su Alberto, non sto a farne gli elogi anche se il ragazzo ha un’aura, ma poco prima di imbarcarci abbiamo mangiato dei noodles in uno dei ristoranti del Terminal 1 e il momento aveva una sua densità buona, era reale, condiviso, un momento di cui essere grati come a una fotografia in cui si appare molto spontanei).

Ecco, avere avuto quelle serate nella Main Dining Room è stata la giustificazione al resto, ed è bello pensare che sia stato il motivo per cui tutti, con le storie e i percorsi diversi, con le facce e le abitudini diverse, persino con i dialetti e la geografia quasi da libro Cuore - da Torino a Palermo (ma è anche una canzone di De Gregori, Adelante Adelante, ora che ci penso) - tutti siamo arrivati lì, in mezzo a giorni nei quali il mondo ruotava abbastanza vorticosamente e, in qualche modo, eravamo tutti chiamati a raccontarlo. In questo racconto che diventava un po' il racconto di noi stessi, credo che, chi più chi meno, ci siamo riconosciuti. E per questa cosa si potrebbero lanciare degli hurrà, come se fossimo i marinai del Pequod mentre ascoltano il capitano Achab, promettere quella moneta d’oro a chi avrebbe avvistato per primo Moby Dick. E per questa cosa, per come si è sviluppata, per come si è conclusa, per il modo in cui senza clamore qualcuno mi ha mostrato affetto, per tutto questo quando 14 ore fa mi sono svegliato, anche se ho pianto lo stesso in bagno e pure un po' in ascensore, ho capito, stupendomi da solo, che potevo dire con relativa (sempre relativa) tranquillità che era ora di tornare a casa. 

(Tra 20 minuti l’atterraggio a Hong Kong. Continuo a sperare di vedere il grattacielo della Bank of China, stavolta ci arrivo di notte, forse potrebbe essere più facile distinguere la sua illuminazione… Ogni tanto penso alla mia passione per i grattacieli e non so motivarla granché, ma tra le tante cose effimere che ho raccolto nella mia vita ci sono anche le “carezze” a certi edifici: ho toccato il Cetriolo di sir Norman Foster a Londra e la MesseTurm di Francoforte, i due grattacieli sulla spiaggia di Barceloneta e il Chrysler Building a New York, ma anche, giuro, il Codice di Hammurabi e la Stele di Rosetta, entrambi con molta delicatezza…)


(Continua)

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