Giorno 11. Carolina K.

ovvero
Ritratto (approssimato) di una pattinatrice da grande


Non c’è alcun intento “edificante” in quello che sto per scrivere, solo alcuni dati che hanno una loro oggettività. Seguendo le gare degli italiani del pattinaggio di figura alle Olimpiadi invernali di PyeongChang - nessuna medaglia, nessuna festa ufficiale per loro a Casa Italia - ho assistito a una serie di sconfitte che sconfitte non sono praticamente mai state, ho visto decimi posti belli come un podio, ho sentito l’entusiasmo vero di chi è arrivato sesto, come i magnifici Ondrej Hotarek e Valentina Marchei, ho abbracciato Matteo Guarise, che non avevo ovviamente mai visto prima, al termine della sua esibizione, perché era stata una grande esibizione. E poi c’è sempre lei, con quel suo sorriso triste e la sua voce troppo pacata, Carolina Kostner, una ragazza che ha il doppio degli anni delle sue rivali russe (la medaglia d’oro appena incoronata Alina Zagitova ha 15 anni, la due volte campionessa mondiale, oggi medaglia d’argento tra le lacrime, Evgenia Medvedeva ne ha 18) e che, nonostante si veda che nella sua vita è stata spesso travolta da treni in corsa, come nel caso Schwazer, non sembra destinata a piegarsi, e anzi, con la sua figura slanciata (che a volte sembra perfino troppo alta, ma poi la vedi muoversi e capisci che è giusto così) continua a sfidare il ghiaccio, senza più curarsi troppo (almeno questo è il messaggio che lei veicola, in modo, per quanto ne posso sapere io, molto evidente) di quello che si può dire o scrivere intorno a lei. 

Carolina K. Un nome perfetto per Kafka, ma anche per Fassbinder. Un nome che sa di conflitti e disperazioni, ma anche di bellezza profonda, pura come solo la Germania sa essere, quando vuole. Carolina K. con il costume corto, ma decisamente elegante, in questa ultima uscita olimpica, e l’adesivo di Wonder Woman sotto un pattino (ma enfatizzare questo dettaglio in senso metaforico non sembra appassionarla). Carolina K. che parla in diverse lingue ai giornalisti (e c’è anche il mio invisibile co-inquilino Otto intorno alle transenne della Mixed Zone, ma stavolta la sua “risposta in tedesco” non la chiede) e poi se ne va, a fine interviste, con quella dignità tragica che solo chi ha visto molte cose difficili, sa mantenere, scortata dall’ottimo Jean-Claude, il responsabile di questa area della Ice Arena riservata ai giornalisti non broadcaster dopo le gare (baffi grigi, occhiali, ciuffo folto, un po’ impacciato: in realtà si chiama James, abbiamo scoperto, ma il nome francofono che gli ho affibbiato la prima volta che l’ho visto continua a piacermi molto di più). Poco prima, sulla scena della finale olimpica del libero, Carolina aveva ottenuto un gran punteggio nella presentazione artistica (il secondo migliore in assoluto), ma era andata maluccio sugli elementi tecnici (soltanto le atlete arrivate dal decimo posto in giù avevano fatto peggio), con più di un salto incerto. Alla fine, comunque, è arrivato un ottimo quinto posto, con un passo avanti in classifica rispetto alla prova del corto e la voglia di non dire ancora basta, dato che tra un mese ci saranno i Mondiali a Milano (domanda dei giornalisti a fine gara: “Fine di un epoca?”, risposta di Carolina K. “Non credo”).

(T’invito al viaggio, in quel paese che ti assomiglia tanto
I soli languidi dei suoi cieli annebbiati hanno per il mio spirito l’incanto dei tuoi occhi
Quando brillano offuscati).

La voce, quando risponde alle domande, appare molto impostata, c’è un tono che ogni tanto suona artefatto, come se fosse costruito proprio per imparare a gestire le cicatrici. Oggi però è più sciolta, meno impostata, le lunghe pause tra le parole sono intense, Carolina K. sta cercando il modo giusto per dire le cose, anche in risposta a domande spesso banali. E a un certo punto io capisco che siamo davvero in un film di Fassbinder, nel quale i personaggi hanno il coraggio di dire sul serio delle cose (Kafka osserva compiaciuto dalla tribuna, l’ho visto, qualche sedia accanto alla mia, guardare con occhi attenti la finale, gli ho fatto un cenno, ha risposto educatamente). “Il punto non è trovare la perfezione - dice Carolina K. - il punto è trovare i propri limiti per poterli riconoscere e affrontare”. Il resto, quello che lei non dice, è che così le pattinatrici cercano di arrivare alla perfezione, quella perfezione assoluta il cui disperato inseguimento fa piangere la Medvedeva mentre ancora sta ferma nella posizione finale della sua esibizione con il sorriso obbligatorio sul volto: una frazione di secondo dopo, per il tempo dei comuni mortali la cosa avviene nello stesso momento, il passaggio dal sorriso al pianto incontrollabile, senza soluzione di continuità, con l’infinita tristezza del quasi capolavoro (perderà l’Oro per pochissimo) che prende possesso di tutta la Ice Arena, ammuttolendoci prima dell’applauso da esorcisti, per sempre bloccati nella goccia d’ambra di quel momento duplice. 

Carolina K. sembra stare però un passo più in là, in una zona dove le cose sono già successe, e nella quale si sa che vincere è quasi tutto, ma non proprio tutto. E’ questa la verità inaccettabile che la ragazza gardenese porta davanti ai nostri occhi, obnubilati da bilanci e medaglieri aritmetici, è questa la pietra dello scandalo che sembra fare di lei qualcosa di altro, naturalmente donandole una grazia e, permettetemelo, un’aura, che la rendono abbastanza unica. E non c’entra la dignità dei perdenti, è proprio un’altra cosa, un altro mondo. Qui, sul ghiaccio del pattinaggio di figura a Gangneum, gli italiani non hanno quasi mai perso. “Le classifiche sono, anche loro, una convenzione” dice una voce alle mie spalle mentre sto provando a scrivere questo pezzo in sala stampa (la mia redazione oggi è in sciopero, io, disperso in questa terra di nessuno a migliaia di chilometri e a otto fusi orari di distanza, provo comunque a fare quello che so fare). Mi volto e vedo un uomo che si allontana aggiustandosi il cappello. Credo sia Kafka, ma non ne sono sicuro.

(Quando mi alzo dalla mia postazione, ancora stravolto per la fatica di compilare queste modeste righe, vedo Valentina, la collega che mi ha convinto a vedere il pattinaggio e che in questi giorni coreani mi ha guardato sempre cercando un po’ di proteggermi dalle circostanze, che mi sorride e lo sa che ho una pessima cera, ma mi dice comunque una parola gentile. E’ difficile ammetterlo, ma sto subito un po’ meglio).

Sono le 18.40 di venerdì 23 febbraio, tra poco Carolina dovrebbe arrivare qui, a Casa Italia. Ho però paura che a quel punto davanti alle telecamere e ai microfoni ci sarà la famosa pattinatrice Kostner, non più solo la ragazza con un’iniziale da Zoo di Berlino al posto del cognome. Il suo film Fassbinder lo ha girato in presa diretta, il resto, se siamo fortunati, sarà un po’ di giornalismo decente. Ma le riprese adesso sono finite, Carolina K. per oggi non ripasserà, magari avrà accettato quel gentile invito a bere un caffè che il signor Kafka le ha fatto avere tramite Fabrizio, il bravo addetto stampa del Coni che, sono certo, glielo ha consegnato di persona.

(The bus ride, I went to write this, 4:00 AM
This letter
Fields of poppies, little pearls 
All the boys and all the girls sweet-toothed
Each and every one a little scary
I said your name)


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